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Nel buio della notte le domande
sono lanterne accese sul nulla;
amo il loro peso, la loro forma imperfetta,
il modo in cui graffiano l'anima
e ti lasciano il silenzio.
Ho cercato risposte nella polvere dei giorni,
nei passi stanchi di chi è venuto prima di me,
ma ogni certezza era solo una porta socchiusa.
È nell’abisso di questo dubbio che tremiamo,
un tormento spietato che spezza le ossa,
la condanna di chi non sa posare la testa
sull’illusione di un’approdo facile.
Ci consumiamo a contare le crepe dei pensieri,
prigionieri di un perché che non fa sconti.
Eppure,
è in questo vuoto che ci riconosciamo,
non nell'avere il mondo tra le mani,
ma nell'allungare le dita verso l'orizzonte,
ostinati, incompiuti, vivi.
In questo cammino il tempo ci viene incontro,
si fa alleato silenzioso e distende le ferite,
manda a dormire le tempeste più feroci
e ci regala la pazienza di saper attendere.
Ma quanto è breve, quanto è misero il nostro passo.
Siamo un battito di ciglia nel respiro dei secoli,
una scintilla rapida che si spegne
prima ancora di aver imparato la lingua delle stelle.
Questa è la nostra dolce e terribile condanna,
avere un cuore fatto per l'infinito
e un corpo misurato in pochi, fugaci inverni.